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| La Staffetta per i Leoni della Folgore – edizione 2008 |
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Nei resoconti come quello che sto per fare si rischia sempre di essere un po’ retorici. Tanto più se si ricorre all’anafora, la più retorica tra le figure della nostra bella lingua italiana. Ma altrimenti non potrebbe essere nel nostro caso, dal momento che parlerò di “onore”: un termine che non tollera sinonimi, poiché che lo si scomoda – o lo si dovrebbe scomodare – solo in rare occasioni. Un onore,dunque, è partecipare di buon mattino alla ristretta - direi intima – e toccante cerimonia al cimitero di Taquinia. E’ lì d’altronde che ha preso vita il paracadutismo italiano. E’ un onore correre la staffetta con paracadutisti di ogni ordine e grado. E’ un onore riposare le stanche membra tra le pareti delle caserme che sono dei paracadutisti. E il pensiero – consentitemi - va a quei soldati che, pensando a noi della staffetta, hanno approntato con accurata attenzione le brande nella palestra della Vannucci. E’ un grande, grandissimo onore, infine, attraversare la piazza d’armi della caserma livornese dinnanzi ai reggimenti sull’attenti; al cospetto delle autorità e di un meraviglioso pubblico appassionato. Attraversare quel piazzale, con la Brigata Paracadutisti schierata, più che un’emozione, è un sentimento nobilitante, che non può non lasciare un segno indelebile nell’animo. Ma il senso profondo della Staffetta della Folgore lo si afferra di notte, correndo da soli sull’Aurelia, magari, com’è successo quest’anno, sotto una pioggia scrosciante. Da solo, e con la Fiaccola degli Ideali alzata verso il cielo, incede spavaldo il tedoforo. Da solo, ma sul collo il respiro rassicurante dei paracadutisti dietro di sé. E’ in quel momento che riaffiora nella mente del paracadutista il senso recondito di tenere accesa quella fiamma. Si percorre di fatto l’Aurelia a piedi da Tarquiinia a Livorno, l’antica strada tracciata dai padri: la metafora viene fin troppo naturale. Il pensiero in quei momenti va ai paracadutisti di El Alamein così come a tutti i “Padri”, eroi della nostra Patria e della nostra cultura. Un gesto che ai più potrebbe apparire privo di senso, ma che trova invece la sua ragion d’essere proprio nell’assenza di un tornaconto di qualsivoglia genere. Sforzo fisico fine a se stesso, impegno, sudore, fatica. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna essere lì per sentirlo. Sentirlo in un modo, che tutte le parole, qui, diventano inutili. G. Salinari |



